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(Fonte: WIRED.it)
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“Milan ona canzon”

Si tratta di un recital di canzoni e storie milanesi interpretate da Alberto Ressa, cantante e fine intrattenitore, e da Alessandro Galassi, valente tastierista fin dai tempi del Derby con il grande Enzo Jannacci.

Lo spettacolo, organizzato dal nostro socio Giorgio Cozzi, si è tenuto a Milano il 12 marzo 2017 presso il Teatro Barbarico. L’iniziativa, effettuata esclusivamente a scopo benefico, si è rilevata veramente bella e a tratti entusiasmante per la bellissima interpretazione musicale del Galassi e per la simpatia brillante e coinvolgente di Alberto Ressa che ha cantato brani noti e non, facendo un excursus della canzone popolare italiana dalla metà dell’ 800 ai giorni nostri.

Il nostro Consigliere Franco Basilico, presente allo spettacolo, ci ha inviato questo breve resoconto.

L’esordio è stato con la canzone d’altri tempi “La bella Gigogin” che ha subito strappato un sorriso e un applauso. Tutti pensano che sia la solita filastrocca condita di nonsensi e lazzi ma in verità ecco la storia:

La bella Gigogin è un canto patriottico italiano del XIX secolo

Fu scritta nel 1858 dal compositore milanesePaolo Giorza che si ispirò ad alcuni canti popolarilombardo-piemontesi. Essendo il tema principale del canto, l'invito a Vittorio Emanuele II a fare avanti un passo, diventò quasi subito una canzone patriottica.

Alludeva al fatto che le truppe italiane dovevano scacciare via quelle austriache e viene usato il termine polenta perché la bandiera austriaca è gialla come la polenta, la "malada" che non vuole mangiar polenta rappresenta la Lombardia. Venne scritta in dialetto perché gli austriaci non ne capissero il significato.

La bella Gigogin ebbe un tale successo che le bande militari austriache avevano imparato a suonarla e quando a Magenta si trovarono di fronte i francesi, intonarono le note della canzone in segno di attacco. Il fatto divertente è che i francesi risposero col ritornello” Daghela avanti un passo”  e quindi i due eserciti si affrontarono al suono della stessa canzone.

Secondo l'opinione di Giuseppe Fumagalli, l'autore delle parole può definirsi ignoto e quindi la canzone fu completata grazie ad un mosaico di strofe di vecchi canti e canzoni popolari di varie parti d'Italia, visto che la stessa parola Gigogin è un termine piemontese utilizzato come diminutivo di Teresa. La canzone fu ufficialmente cantata in pubblico il 31 dicembre del 1858 nel Teatro Carcano di Milano durante un concerto offerto dalla Banda civica diretta dal maestro Gustavo Rossari. L'entusiasmo con il quale la canzone venne accolta raggiunse il delirio, al punto che la banda dovette eseguirla otto volte, segno premonitore di quello che fu l'entrata delle truppe franco-sarde nella città di Milano liberata dopo la vittoria nella battaglia di Magenta.

Da decenni è la sigla ufficiale (solo melodia) del Gazzettino Padano, giornale radio della Lombardia trasmesso dalle stazioni di Radio Rai.

O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà.
A quindici anni facevo l'amore
dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A sedici anni ho preso marito:
dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A diciassette mi sono spartita:
dàghela avanti un passo delizia del mio cuor.
La ven, la ven, la ven alla finestra,
l'è tutta, l'è tutta, l'è tutta cipriada.
La dis, la dis, la dis che l'è malada,
per non per non, per non mangiar polenta,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridà.
O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà.
La ven, la ven, la ven alla finestra,
la dis, la dis, la dis che l'è malada,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridà.
O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà

Subito dopo, accompagnata da uno scroscio di applausi sin dalle prime note, ecco

La mia bella Maduninia”.

La Madonnina in questione è la statua d'oro posta in cima al Duomo di Milano. Col tempo questa canzone è diventata il simbolo del capoluogo lombardo. Ma non tutti sanno come nasce la canzone:

Siamo nel 1934 Giovanni D’Anzi (sicuramente noto a tutti noi ndr.), lavorava come pianista al Pavillon dorè di Milano con una chantosa dell’epoca. La città all’epoca continuava ad assorbire forze lavoro rurali provenienti da varie regioni e in particolare dal mezzogiorno d’Italia. Ovvio che da parte del pubblico spesso veniva fatta la richiesta di suonare canzoni quali Funiculifuniculà, O’ sordato ‘nammurato, torna a Surriente ecc. Una sera rincasando si trovò ad attraversare la piazza del Duomo, nel fitto del “nebiun” di allora, alzando gli occhi vide un certo chiarore, era la Madunina. Ispirato, la stessa sera compose e scrisse le parole di quella che doveva divenire la canzone emblema di Milano.

Il programma è proseguito con altre canzoni, tutte strettamente popolari e in vernacolo (a volte addomesticato in ossequio a parte dell’uditorio diversamente milanese) risalenti a un certo

                                                           Barbapedana

chi era costui?

Con Barbapedana si indica una figura tipica della tradizione popolare milanese. Tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX, il Barbapedana era un musicista di strada che girava per le osterie e intratteneva i commensali con canzoni popolari e filastrocche.

Il termine Barbapedana ha origine incerta, ma sembra fosse in uso già nel XVII secolo. Compare infatti ne Il Barone di Birbanza, un'opera di Carlo Maria Maggi, e stava a indicare dei giovani spavaldi, che seguendo la moda dell'epoca portavano la cappa a far bandiera sulla spada.

Il più famoso tra questo genere di artisti e primo ad adottare il nome d'arte di Barbapedana fu Enrico Molaschi, la cui maestrìa nel suonare la chitarra gli valse la citazione in uno scritto di Arrigo Boito e un'esibizione di fronte alla Regina Margherita di Savoia alla Villa Reale di Monza. L'abbigliamento diventato iconografico, con cui si presentava nelle sue esibizioni, comprendeva una lunga zimarra e un cappello a cilindro di feltro, nel cui nastro era infilata una penna di gallo o una coda di scoiattolo. La sua chitarra (numero 54 del catalogo) è conservata nel Museo degli Strumenti Musicali del Castello Sforzesco di Milano.

Il recital si è concluso, dopo due ore e mezza di spettacolo e un breve intervallo, ma non potevano ovviamente mancare le canzoni di Jannacci, interpretate con maestria da Alessandro Galassi e Alberto Ressa, un finale allegro venato da un po' di malinconia al ricordo del grande cantautore milanese che non c’è più.

Il pubblico, circa un centinaio di persone - tra cui io, Mario Auterio e Giorgio Cozzi, solitari rappresentanti di Amici Comit (sic!) - ha congedato i due valenti artisti con calorosi e meritatissimi applausi.

Ma non è finita! La prossima rappresentazione, non ancora programmata, si baserà su canzoni e racconti che traggono ispirazione dalla vecchia “toponomastica” di Milano. L’idea mi pare molto interessante, propongo sin d’ora un invito a tutti i colleghi che spero, dopo questa mia testimonianza, non mancheranno l’occasione di passare un pomeriggio simpatico, divertente, condito con un po' di sana cultura meneghina.

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